« Oltre il 50,9% degli italiani controlla come primo gesto al mattino o ultima attività della sera prima di andare a dormire ». È quanto emerge dal 53esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2019, un’immagine molto significativa della “dipendenza” del peso che gli smartphone hanno nella vita degli italiani.

Nel 2018 il numero dei dispositivi cellulari ha superato il numero degli apparecchi televisivi nelle case degli italiani: 43,6 milioni di smartphone contro 42,3 milioni di televisori. 

Negli ultimi 10 anni, la spesa per gli smartphone è triplicata raggiungendo quasi 24 miliardi di euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati ed una percentuale di utenti smartphone in Italia passata dal 15% del 2009 al 73,8% del 2019.

E con una percentuale di utenti così alta e ben oltre il 50%, è evidente che l’uso degli smartphone abbia determinato un cambio nelle nostre abitudini: la domanda che molti si pongono è se questo cambio sia stato in “meglio” o in “peggio”.

Stando ai dati, la percezione generale degli italiani è positiva rispetto allo smartphone come icona della disintermediazione digitale, che ha ridotto le distanze da informazioni e persone di alto valore. Allo stesso tempo, non mancano le criticità dovute all’influenza dei media sull’umore degli italiani, con alcune categorie identificate dal Rapporto Censis come gli “arrabbiati” e i “compulsivi”.

Dinanzi a questi dati è sicuramente utile riconoscere l’importanza degli strumenti tecnologici e delle opportunità che offrono, così come delle loro “zone d’ombra”, cercando di evitare “dipendenze” e di “demonizzare”. Nella maggior parte dei casi, infatti, il “problema”- se vogliamo così definirlo – non sta nella tecnologia, ma nell’uso che se ne fa.

Ecco perché il consiglio di lettura – per comprendere meglio il nostro rapporto con l’uso degli smartphone e di altri oggetti – è il libro La dittatura delle abitudini di Charles Duhigg.