Avere un quoziente intellettivo più sviluppato di Albert Einstein? Fatto! È accaduto per davvero a Londra, dove una bambina di 11 anni, Anushka Dixit, ha ottenuto il punteggio più alto mai raggiunto nel test del QI “Mensa”. Anushka ha raggiunto 162 punti, superando neanche di poco il padre della relatività, che a suo tempo aveva totalizzato 140. Alle sue spalle, di sole 2 lunghezze, Stephen Hawking con un punteggio di 160

La ragazzina londinese ha cominciato a stupire già dopo soli 6 mesi di vita, riproducendo perfettamente le parole che ascoltava in tv. Il suo sogno è diventare medico ed al momento le sue materie preferite sono inglese e poesia.

Il suo caso straordinario ci stimola a fare delle riflessioni sull’intelligenza: nel libro ‘La trappola del talento’, l’autore Geoff Colvin esamina il concetto di intelligenza in maniera dettagliata offrendo una prospettiva particolare.

Nel mondo dei geni e dei talenti, come quello di Anushka, ricorrono di frequente due concetti importanti: quello di intelligenza e quello di memoria. Molti ricercatori ritengono che le grandi performance siano strettamente legate a questi due requisiti presenti, in forma più o meno pronunciata, sin dalla nascita.

Colvin, di contro, è pronto a confutare una simile concezione di partenza e con l’obiettivo di giustificare la sua teoria, parte con una attenta disamina sul vero significato di intelligenza. Si potrebbe giungere ad una definizione di intelligenza strettamente equivalente al tanto deprecato Q.I.

Avere come requisito una buona intelligenza (ossia un valore Q.I. alto), rilevata appunto attraverso la somministrazione di test precostituiti, non ha alcun valore predittivo in merito ai risultati che il soggetto preso in esame potrebbe ottenere, cimentandosi in uno specifico compito: il costante esercizio, reiterato nel tempo, ha dimostrato che, soggetti con Q.I. più bassi raggiungevano risultati di eccellenza superiori rispetto a persone con Q.I. più elevati.

Un dato molto importante soprattutto per evitare il rischio di fermarsi in chi è convinto di non poter ottenere determinati risultati perché non ha un “talento innato”. Nel suo libro La trappola del talento, Colvin ci mostra che anche chi non è al livello di Anushka può arrivare a sperare di ottenere risultati brillanti con costante esercizio e metodo.