Più di 280mila iscritti persi, praticamente in un attimo. È questo l’effetto della chiusura della pagina Facebook di CasaPound Italia e di altre pagine di associazioni studentesche e non, collegate al partito.

Il 9 settembre, Facebook ha infatti oscurato, oltre all’account ufficiale di CasaPound sulla piattaforma omonima, all’account Instagram ed alle pagine già menzionate, anche numerosi  profili personali di militanti ed iscritti.

La motivazione di questa decisione è stata spiegata da un portavoce dell’azienda, secondo cui « le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono, non trovano posto », puntualizzando anche che gli account che sono stati disattivati e rimossi non saranno più attivi sul social.

Una motivazione che ha sollevato non poche polemiche ed anche una risposta decisa da CasaPound che fa sapere, tramite i suoi legali, di essere pronta a sporgere denuncia.

Le polemiche nascono da due osservazioni: la prima è che, se davvero la pagina viola la policy, Facebook avrebbe dovuto intervenire già da molto tempo; la seconda viene da oltreoceano, in particolare dall’organizzazione statunitense Project Veritas, che ha paventato l’ipotesi di un piano per impedire la diffusione di alcune idee politiche con la “scusa” dell’istigazione all’odio.

Dal canto suo, CasaPound sostiene di aver sempre rispettato le condizioni d’uso di Facebook e chiede che vicende simili vengano regolamentate dallo Stato italiano. In più, fa sapere tramite i suoi legali che, nel caso Facebook si rifiuti di riaprire la pagina di CasaPound, farà partire un’azione giudiziaria e la richiesta di risarcimento danni.

Una grana non da poco per il partito che, analizzata dal punto di vista del marketing, mostra quanto è importante essere “proprietari” dei dati dei propri utenti e di poter avere con essi un contatto diretto – ad esempio, tramite la propria mailing list o l’iscrizione al proprio sito – senza dover passare per l’intermediazione di piattaforme come Facebook o altri social.